In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne non possiamo che ricordare cifre, dati Istat ed Eures, che fanno bene per fotografare eventuali progressi o involuzioni sul tema, sempre una drammatica realtà. Al momento si rinnova.

Per Eures nei primi dieci mesi dell’anno sono state 106 le donne uccise in Italia, una ogni 72 ore.

Una violenza che cresce nel tempo, se correlata allo stesso dato dell’anno precedente. Tre volte su quattro le violenze avvengono nel nucleo familiare da parte di mariti, compagni o parenti.

E ancora sono state quasi cinquantamila, per l’esattezza 49.152, le donne che nel 2017 si sono rivolte a un centro anti-violenza. A riferirlo è l’Istat con la prima indagine sui servizi offerti da questi centri alle donne vittime, in collaborazione con il dipartimento per le Pari opportunità, le Regioni e il Cnr.

Fra le donne prese in carico da un centro anti-violenza, il 64% ha figli e per il 27% sono straniere. Quanto alla dislocazione dei 253 centri, il 34% si trova al Sud, il 22% nel Nord-Ovest, il 20% nel Nord-Est, il 16% nel Centro e l’8% nelle due Isole.

Sono quasi trentamila, esattamente 29.227 pari al 59%, le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Tutti i centri garantiscono ascolto e accoglienza, il 99% anche supporto legale, il 98% supporto psicologico, il 95% predisposizione al percorso di allontanamento, il 94% orientamento al lavoro, l’87% supporto alloggiativo e l’81% anche supporto ai figli minori.

L’ambito famigliare continua a essere il palcoscenico preferito per il femminicidio.

L’odio, il limite, il desiderio di possesso, la patologia e l’incomunicabilità lievitano e si rafforzano tra le mura domestiche, lontani da occhi indiscreti, dietro un’apparente normalità. La violenza si consuma nella coppia, in un legame riconoscibile e duraturo e ne sono, loro malgrado, testimoni i figli.

Un elemento di novità che è stato rilevato da Istat ed Eures riguarda l’età media delle donne che subiscono violenza. Quest’ultima si è alzata portandosi al suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare.

Fra le zone più colpite dai femminidici il Nord Italia e la Capitale.

Secondo l’Eures, oltre un terzo delle vittime di femminicidi di coppia ha subito nel passato ripetuti maltrattamenti, rappresentando l’omicidio l’atto estremo di ripetute violenze fisiche e psicologiche: il 34,7% dei casi noti nel 2015, il 36,9% nel 2016 e il 38,9% nel 2017.

Un dato su cui riflettere: nella maggioranza dei casi (il 57,1% nel 2017) tali violenze erano note a terze persone e nel 42,9% delle occasioni la donna aveva presentato regolare denuncia. Senza evidentemente ricevere un’adeguata protezione.

Al primo posto il movente passionale, poi la lite e il dissapore, quindi il disturbo psichico dell’autore. l’atto estremo di fronte una grave malattia e disabilità difficile da accettare.

Ogni volta ci siamo detti “mai più” deve accadere. “Mai più!”, abbiamo urlato. Lo ripetiamo ogni 25 novembre di ogni anno. Con manifestazioni, cercando di fare informazione nel nostro piccolo, informandoci e condividendo dati aggiornati.

Dati sui quali pensare, riflettere, costruire campagne di sensibilizzazione e sfruttare la Rete per un’ottima causa: urlare il proprio disappunto e rifiuto. L’unica volta in cui urlare in Rete ha un senso, quando non è lo sfogo strumentale per raccogliere consenso, fomentare paure e distrarre l’attenzione dalle vere cause di problemi che tutti viviamo. Antropologia e lessico di molta Politica.

Ormai gli strumenti ci sono, le denunce sono sempre possibili come tutelarsi.

Nei centri anti – violenza. L’intensificarsi del numero dei centri se avalla da una parte l’esistenza del problema, che resta sempre drammatico, allo stesso tempo ci restituisce la speranza che donne e uomini sanno come approssimarvisi e cercare di affrontarlo. Prima che sia troppo tardi.

Quello che è importante, lo abbiamo ripetuto in molte occasioni, è che sia proprio l’uomo a farsi portavoce, per primo, di questo urlo di dolore e ribellione. Perché se il femminicidio si sviluppa per gran parte per mano di un uomo, perlopiù partner malato, non è possibile, mai, alcuna facile generalizzazione.

Molti uomini sono presenti e si ribellano a questi dati sviscerandoli, conoscendoli, facendo di tutto per rispettare e leggere le condizioni delle proprie compagne di vita, amiche, parenti, conoscenti occasionali.

Molti sono vigili e combattono assieme a loro.

Le Regioni che promuovono e sostengono l’apertura dei centri anti – violenza svolgono un ruolo fondamentale. Quando il sostegno arriva dall’alto e dal basso del territorio che si vive, cui si appartiene, comincia a strutturarsi in modo riconoscibile significa che le Istituzioni stanno cominciando a rispondere con strumenti tangibili.

Quel che ancora va combattuto è l’istinto primordiale di una cultura, nonostante tutto, machista, che fatica a superare e riconoscere come ricchezza ogni differenza di genere e ragiona solo in termini di posizioni di forza, di concessioni, di potere da imporre ed esercitare.

Così come si esercita il controllo e si dirigono le persone, le si bacchettano a comando perché rappresentino il mondo plastico che ammette pochi protagonisti indiscussi, anche all’interno dei rapporti sentimentali.

Questo proprio non va e invece resuscita grazie anche a una nuova politica di facile semplificazione e paura del diverso, dell’estraneo, che rimanda alla necessità di avere chiare e ben stagliate le categorie. Un mondo di categorie presuppone un ordine e un rapporto di subordinazione. Questo facilita la mentalità del Capo, nella vita politica, nelle dinamiche istituzionali e sociali private. Dall’alto verso il basso vanno annichilite le categorie, la presunzione di creare rapporti di subordinazione. Come non esiste la teoria del “genere”, che fa comodo a pochi conservatori, così non esistono ruoli precostituiti né atteggiamenti consentiti e non consentiti. Siamo davvero tutti uguali.

E se non si riparte da qui, dai ruoli all’interno di ogni famiglia e comunità, difficile è andare avanti.

Per questo “cappuccetto rosso” esce dal “luogo comune” di molta mentalità, arcaica e retrograda, che si ripresenta sotto diverse forme e in occasioni eterogenee di dibattito e che, fin nell’utilizzo del lessico, nascondono molta misoginia.

Ho voluto citare la vignetta molto sagace e salace di Mauro Biani, sul Manifesto, che ho trovato efficace ed elegante. Spero non me ne voglia. “Mai più!”.

David Giacanelli

Consigliere A.I.D.A.