Le efferatezze sono sempre esistite. Eppure qualcosa dev’essere accaduto se ci imbattiamo, sgomenti e arrabbiati, quotidianamente, in casi assurdi. Cronache intollerabili, che il buon senso e un’etica minima, come Belpoliti descrive in un suo bel saggio, non possono ammettere.

Sulle cronache romane di un noto quotidiano di oggi è riportata, ultimo esempio cronologico, la storia di una ragazza diciassettenne, di Albano Laziale, malmenata e sequestrata dai propri genitori poiché lesbica. Il Pm di Velletri, condotte tutte le indagini del caso, a seguito della denuncia sporta dalla ragazza minorenne, e attraverso diversi passaggi temporali avrebbe compiuto i propri controlli: vani in un primo momento, efficaci in un secondo. La ragazza dopo essere tornata a casa trova il coraggio di contattare la Gay Help Line di Fabrizio Marrazzo.
Il caso finalmente si chiude. Il problema va affrontato su due livelli: la discriminazione violenta della ragazza, perché innamorata di una sua compagna, e dunque il problema culturale dei genitori di accettare anche solamente una realtà differente in casa propria, e l’altro riguarda la loro reazione. Arrivare a picchiare e segregare in casa una figlia, per nasconderne quello che per loro è un problema, un’onta, forse una malattia infamante e contagiosa, significa non solo non accettarla, ma negarla. Non c’è bisogno di aggiungere altro, tranne la rassicurazione di un felice epilogo. La ragazza è stata sottratta ai propri genitori e oggi vive in una casa protetta. Non è concepibile, né può essere ammesso, di essere contrari all’omosessualità o atra realtà differente da quella dominante. L’incapacità di accettare, comprendere, elaborare la scelta di un figlio che appartiene solo ed esclusivamente a lui, non un capriccio pertanto ma uno stato, è un problema di chi non ci riesce. Di chi non cela fa. Un’evidenza che è banale, una tautologia cui siamo costretti a tornare perché evidentemente gli incapaci non si mettono in discussione e non affrontano alcun tipo di percorso personale. Il problema, sì, è dentro e non fuori di loro, in chi o ciò che non riescono ad accettare. Questo è il tema reale. E senza ricorrere ad alcuna teoria complottista, non posso fare a meno di costatare quante coincidenze in questo periodo storico si rincorrono e sovrappongono. Violazioni, intolleranze, recrudescenze, comunicazioni sfrontate e scorrette. Come se le Istituzioni competenti, i Governi e, a qualsiasi livello, enti e organismi non intervenissero sufficientemente per stigmatizzare comportamenti errati. Per denunciare con provvedimenti drastici, con l’enfasi che restituisce dignità alle persone e alla loro, la nostra storia. Di contro è, infatti, anche il periodo nel quale tutto il sistema dell’accoglienza è, giustamente, messo in discussione. Com’è giusto affrontare il fenomeno dell’immigrazione. Il problema però, rilevato che trattasi di un problema complesso, non risiede nel rispolverarlo continuamente ma nel cercare soluzioni. Anche qui non si può pretendere di chiudere l’accoglienza in una stanza, magari malmenarla, rifiutarla come figlia indesiderata. Dignità e diritti sono il nostro tema. E i diritti scaturiscono da leggi e principi costituzionali. In quanto tali vanno rispettati. E invece tutto si fa incerto, fumoso, tutto è ammesso assieme al suo contrario. Come non vi fosse più alcun controllo minimo e in una situazione generale di sbando, potesse capitare di tutto. Sempre oggi mi sono imbattuto in un articolo di Paul Krugman che evidenzia come il sovranismo, il nazionalismo americani siano figli di una rabbia bianca. Che la classe media americana, impoveritasi, non solo rivendica i propri privilegi di “gente bianca”, pertanto implicitamente superiore, ma allo stesso tempo quel tenore di vita perduto. Perciò sviluppa rabbia verso i neri, le altre etnie, ogni minoranza o maggioranza dalla quale, però, volersi differenziare ad ogni costo. Verso classi sociali subalterne o quella resiliente élite economica della quale, magari, un tempo faceva parte. All’origine di ogni forma di esclusione, razzismo, xenofobia, intolleranza di genere ci sarebbe sempre un disagio economico, un impoverimento, la costrizione a un’esistenza che si fatica ad accettare. Percepirsi ed essere omologati a tutti gli altri, nel catino della grande povertà mondiale, produce rabbia. Si risolve sempre in una guerra tra poveri. Un fenomeno descritto da Krugman in America ma applicabile alle più grandi democrazie occidentali. E’ tutto un parlare di Made in Italy, l’apologia della italianità, un rivendicare confini, tradizioni, appartenenza territoriale al suolo italico così come alle proprie origini. Capisco che questo processo è importane per una propria identità culturale, che va preservata e sempre riconosciuta, ma non può essere lo spartiacque per includere o escludere, aggiungere o negare diritti e molto altro ancora. Il modello dell’accoglienza va ridiscusso a trecento sessanta gradi. Ma quanto è stato semplice, tribale e primitivo soffiare sulle paure più comuni, alimentare fuochi sparsi. E non perché i problemi non esistono, ma per risolverli non basta inveirci contro, il sintomo è chiaro ora bisognerebbe ragionare solo delle cause e successive soluzioni. Il muro non può essere una salvezza, quello fisico che divide due stati e quello mentale che crea guelfi e ghibellini, nemici tra nemici, ipertrofiche tenzoni dialettiche. Così il respingimento, così l’isolamento: possono al più, nel migliore dei casi, costituire dei palliativi, tamponi momentanei a problemi che, invece, vanno risolti alla radice. Ci rappresentiamo e vediamo spettatori inermi di una regressione del diritto manipolata dalla rabbia. Per questo è importante ponderare, sempre, anche l’utilizzo delle parole e dei concetti. Le discriminazioni di genere sono all’ordine del giorno, come il bullismo, le violenze reiterate secondo diversi canali e forme, dalle più esplicite alle più subdole. Ecco, allora, che è ridiscusso tutto e sono individuate irregolarità anche in esperienze circoscritte, di accoglienza felice. Le paga un sindaco coraggioso, oggi agli arresti domiciliari, in Calabria. C’è un processo in atto ed è giusto che la magistratura faccia il suo corso. Però la rabbia è troppa, si materializza di continuo in forme diverse, tocca i diritti in primis, stigmatizza chiunque non mostri la stessa rabbia e non è affetto da medesimo ardire muscolare. Fermarsi, riflettere, scomporre per comprendere la complessità ma, soprattutto, ascoltare sono azioni ormai rare ai tempi dei social. Le efferatezze sono sempre esistite, è vero, ma se la tecnologia ha il merito di averle fatte emergere sottraendole all’omertà e rendendo tutti artefici di una propria comunicazione globale, allo stesso tempo ha depotenziato ogni capacità critica. Solo, possiamo, non abbassare mai la guardia, verificare le fonti, non dare nulla per assunto e scontato, confrontarci, ascoltare e continuare a vigilare e lottare per i nostri diritti.

David Giacanelli
Consigliere AIDA