Sanità Pubblica e pregiudizi

Non prendiamoci in giro: anche “il migliore” tra noi ha qualche pregiudizio su un determinato argomento. Per quanto mi riguarda ho vissuto il preconcetto relativamente alla Sanità Pubblica, con cui ho avuto a che fare recentemente per situazioni famigliari. È stato un momento particolarmente delicato, tragico, in cui, però, ho scoperto una sensibilità e testato una professionalità che non mi aspettavo. Dai medici a quelli che una volta si chiamavano portantini, dagli infermieri agli impiegati delle ASL, ho trovato professionalità, comprensione e, spesso, una parola di conforto: tutte eventualità che non credevo potessero esserci in questo comparto. Ora, e lo dico col massimo rispetto per chi ha dovuto invece affrontare – o subire – problemi con la Sanità pubblica, non nego esistano tantissime cose migliorabili: ma trovare empatia in persone che hanno vissuto il tuo stesso percorso, medici che addirittura ti lasciano il proprio cellulare per essere contattati anche fuori orario di lavoro e qualità del servizio offerto, sono comunque realtà che esistono. Sta alla politica e (anche) a noi valorizzare il meglio e rifuggire il pregiudizio: neanche nella Sanità pubblica si può e si deve generalizzare. Un’altra barriera da abbattere. Un altro compito da affrontare per noi di A.I.D.A.

Diego Angelino
Consigliere A.I.D.A


"Siamo tutti cappuccetto rosso"

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne non possiamo che ricordare cifre, dati Istat ed Eures, che fanno bene per fotografare eventuali progressi o involuzioni sul tema, sempre una drammatica realtà. Al momento si rinnova.

Per Eures nei primi dieci mesi dell’anno sono state 106 le donne uccise in Italia, una ogni 72 ore.

Una violenza che cresce nel tempo, se correlata allo stesso dato dell’anno precedente. Tre volte su quattro le violenze avvengono nel nucleo familiare da parte di mariti, compagni o parenti.

E ancora sono state quasi cinquantamila, per l’esattezza 49.152, le donne che nel 2017 si sono rivolte a un centro anti-violenza. A riferirlo è l’Istat con la prima indagine sui servizi offerti da questi centri alle donne vittime, in collaborazione con il dipartimento per le Pari opportunità, le Regioni e il Cnr.

Fra le donne prese in carico da un centro anti-violenza, il 64% ha figli e per il 27% sono straniere. Quanto alla dislocazione dei 253 centri, il 34% si trova al Sud, il 22% nel Nord-Ovest, il 20% nel Nord-Est, il 16% nel Centro e l’8% nelle due Isole.

Sono quasi trentamila, esattamente 29.227 pari al 59%, le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Tutti i centri garantiscono ascolto e accoglienza, il 99% anche supporto legale, il 98% supporto psicologico, il 95% predisposizione al percorso di allontanamento, il 94% orientamento al lavoro, l’87% supporto alloggiativo e l’81% anche supporto ai figli minori.

L’ambito famigliare continua a essere il palcoscenico preferito per il femminicidio.

L’odio, il limite, il desiderio di possesso, la patologia e l’incomunicabilità lievitano e si rafforzano tra le mura domestiche, lontani da occhi indiscreti, dietro un’apparente normalità. La violenza si consuma nella coppia, in un legame riconoscibile e duraturo e ne sono, loro malgrado, testimoni i figli.

Un elemento di novità che è stato rilevato da Istat ed Eures riguarda l’età media delle donne che subiscono violenza. Quest’ultima si è alzata portandosi al suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare.

Fra le zone più colpite dai femminidici il Nord Italia e la Capitale.

Secondo l’Eures, oltre un terzo delle vittime di femminicidi di coppia ha subito nel passato ripetuti maltrattamenti, rappresentando l’omicidio l’atto estremo di ripetute violenze fisiche e psicologiche: il 34,7% dei casi noti nel 2015, il 36,9% nel 2016 e il 38,9% nel 2017.

Un dato su cui riflettere: nella maggioranza dei casi (il 57,1% nel 2017) tali violenze erano note a terze persone e nel 42,9% delle occasioni la donna aveva presentato regolare denuncia. Senza evidentemente ricevere un’adeguata protezione.

Al primo posto il movente passionale, poi la lite e il dissapore, quindi il disturbo psichico dell’autore. l’atto estremo di fronte una grave malattia e disabilità difficile da accettare.

Ogni volta ci siamo detti “mai più” deve accadere. “Mai più!”, abbiamo urlato. Lo ripetiamo ogni 25 novembre di ogni anno. Con manifestazioni, cercando di fare informazione nel nostro piccolo, informandoci e condividendo dati aggiornati.

Dati sui quali pensare, riflettere, costruire campagne di sensibilizzazione e sfruttare la Rete per un’ottima causa: urlare il proprio disappunto e rifiuto. L’unica volta in cui urlare in Rete ha un senso, quando non è lo sfogo strumentale per raccogliere consenso, fomentare paure e distrarre l’attenzione dalle vere cause di problemi che tutti viviamo. Antropologia e lessico di molta Politica.

Ormai gli strumenti ci sono, le denunce sono sempre possibili come tutelarsi.

Nei centri anti – violenza. L’intensificarsi del numero dei centri se avalla da una parte l’esistenza del problema, che resta sempre drammatico, allo stesso tempo ci restituisce la speranza che donne e uomini sanno come approssimarvisi e cercare di affrontarlo. Prima che sia troppo tardi.

Quello che è importante, lo abbiamo ripetuto in molte occasioni, è che sia proprio l’uomo a farsi portavoce, per primo, di questo urlo di dolore e ribellione. Perché se il femminicidio si sviluppa per gran parte per mano di un uomo, perlopiù partner malato, non è possibile, mai, alcuna facile generalizzazione.

Molti uomini sono presenti e si ribellano a questi dati sviscerandoli, conoscendoli, facendo di tutto per rispettare e leggere le condizioni delle proprie compagne di vita, amiche, parenti, conoscenti occasionali.

Molti sono vigili e combattono assieme a loro.

Le Regioni che promuovono e sostengono l’apertura dei centri anti – violenza svolgono un ruolo fondamentale. Quando il sostegno arriva dall’alto e dal basso del territorio che si vive, cui si appartiene, comincia a strutturarsi in modo riconoscibile significa che le Istituzioni stanno cominciando a rispondere con strumenti tangibili.

Quel che ancora va combattuto è l’istinto primordiale di una cultura, nonostante tutto, machista, che fatica a superare e riconoscere come ricchezza ogni differenza di genere e ragiona solo in termini di posizioni di forza, di concessioni, di potere da imporre ed esercitare.

Così come si esercita il controllo e si dirigono le persone, le si bacchettano a comando perché rappresentino il mondo plastico che ammette pochi protagonisti indiscussi, anche all’interno dei rapporti sentimentali.

Questo proprio non va e invece resuscita grazie anche a una nuova politica di facile semplificazione e paura del diverso, dell’estraneo, che rimanda alla necessità di avere chiare e ben stagliate le categorie. Un mondo di categorie presuppone un ordine e un rapporto di subordinazione. Questo facilita la mentalità del Capo, nella vita politica, nelle dinamiche istituzionali e sociali private. Dall’alto verso il basso vanno annichilite le categorie, la presunzione di creare rapporti di subordinazione. Come non esiste la teoria del “genere”, che fa comodo a pochi conservatori, così non esistono ruoli precostituiti né atteggiamenti consentiti e non consentiti. Siamo davvero tutti uguali.

E se non si riparte da qui, dai ruoli all’interno di ogni famiglia e comunità, difficile è andare avanti.

Per questo “cappuccetto rosso” esce dal “luogo comune” di molta mentalità, arcaica e retrograda, che si ripresenta sotto diverse forme e in occasioni eterogenee di dibattito e che, fin nell’utilizzo del lessico, nascondono molta misoginia.

Ho voluto citare la vignetta molto sagace e salace di Mauro Biani, sul Manifesto, che ho trovato efficace ed elegante. Spero non me ne voglia. “Mai più!”.

David Giacanelli

Consigliere A.I.D.A.


“Di bullismo si muore”

Del bullismo si dibatte e continua a dibattere. Nel 2017 è arrivata la legge N. 71, che contiene una serie di misure per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cosiddetto cyber bullismo. Difficile districarsi nelle cronache della violenza, sempre più ricche e complesse. Difronte un’evidenza si può agire senza remore. Il problema sorge quando incappiamo in atteggiamenti e comportamenti che sono al limite del tollerabile. Un’enorme onda nella quale ciascuno di noi può ritrovarsi coinvolto, travolto, nuotando anche solo tra reminiscenze dell’infanzia. Per la prima volta nell'ordinamento entra una puntuale definizione legislativa di bullismo e cyber bullismo. Bullismo è l'aggressione o la molestia ripetuta a danno di una vittima in grado di provocarle ansia, isolarla o emarginarla attraverso vessazioni, pressioni, violenze fisiche o psicologiche, minacce o ricatti, furti o danneggiamenti, offese o derisioni. Se tali atti si realizzano con strumenti informatici si ha il cyber bullismo, il bullismo telematico e informatico. Il bullismo è sempre esistito. Prima ne parlavamo meno, le vittime subivano la violenza senza gli strumenti e la consapevolezza per reagire. Denunciare cosa a chi? Alle autorità, certo, che a loro volta non erano abituate a relazionarsi alla vessazione continua e ambigua. Poi c’era la “vittima” o persona prossima allo stato di vittima che prima di riconoscersi tale, a tutti gli effetti, tendeva a sminuire l’accaduto per vergogna, perché la violenza era perpetrata all’interno della famiglia o da amici, compagni di scuola, non proprio degli estranei. Allora, prima di colpevolizzare qualcuno che c’è vicino, diventiamo titubanti e ci sentiamo due volte offesi, vestiti della vergogna di parlare, di attribuire colpe, correggere gli atteggiamenti di chi dovrebbe amarci o, quanto meno, rispettarci più di uno sconosciuto.
Le statistiche dell’Istat, aggiornate, non ci rassicurano sulle forme di violenza configurabili come bullismo e cyber bullismo.
E’ cambiata la società che nella sua eterogeneità pone più questioni, domande, spazi da regolamentare e dove intervenire. S’interroga e osserva ogni atteggiamento e comportamento. L’evoluzione della società e il suo liberarsi di molta omologazione culturale, ereditata negli anni e resiliente a qualsiasi cambiamento, ha prodotto e sviluppato altra sensibilità e attenzione.
Il cambiamento radicale doveva verificarsi per rappresentare tutte le realtà sociali esistenti e per fare fronte ai tristi fatti di cronaca che ingolfano le nostre giornate. Il numero crescente di vittime, di tutte le età, trasversale all’orientamento sessuale, alla religione, all’indirizzo politico indigna e lascia increduli. Protagonisti sono i bambini, le donne all’interno del proprio nucleo famigliare, gli omosessuali, le minoranze etniche e religiose. Le violenze sui bambini ci fanno, senza alcun dubbio, più orrore. Vessati dai propri insegnanti, compagni, genitori non riusciamo a trovare una sola ragione plausibile a giustificare stratificate forme di violenza.
Succede spesso nella scuola, anche a parti inverse. Capita di essere spettatori di episodi che riguardano gli insegnanti. Persone con un ruolo sociale importante, indispensabile e ultimamente vittime dei ragazzi, aggrediti e malmenati, derisi e obiettivo dello scherno e delle incomprensioni di allievi e genitori di allievi non proprio promettenti. La scuola è diventata, suo malgrado, uno dei palcoscenici nel quale il bullismo si sviluppa e alimenta, trae linfa vitale. Un ossimoro concettuale se ci pensiamo: il luogo deputato a creare conoscenza e coscienza, a sensibilizzare all’inclusione e alla tolleranza, a descriverla e raccontarla è invece un enorme cono d’ombra dove si scontrano mentalità e civiltà sul tappeto. Se la società nella sua eterogeneità cambia e si manifesta per essere inclusa e capita, accettata e normata, non tutti sono pronti per affrontare e interiorizzare il cambiamento in atto. Alcuni non hanno forza né strumenti e preferiscono irriderla, schernirla, menarla, ucciderla. Sono limiti psicologici gravi, patologie, desiderio di possesso e subordinazione, dove mantenere il proprio controllo, malato. Esercitare la propria autorità. Succede nelle case, negli affetti, nei legami sentimentali e amicali, scalando tutti gli ambienti sociali e le età possibili. Dove i focolai s’intuiscono ed esistono, si amalgamano trovando terreno fertile per evolvere e cementificare in efferatezze, guidate da ossessioni, limiti, pregiudizi e stereotipi bisogna certo intervenire. La Scuola e la Famiglia sono i terreni più fragili e corruttibili in questo senso. Chi è vittima di cyber bullismo, grazie alla nuova legge, può chiedere al titolare del trattamento, al gestore del sito internet o del social media di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in rete. Se non si provvede entro 48 ore, l'interessato può rivolgersi al Garante della Privacy che interviene direttamente entro le successive 48 ore. L'oscuramento può essere peraltro chiesto a titolo riparativo anche dallo stesso bullo del web. Purtroppo i social, attuali agorà politiche e sociali, sono abusati dai giovani e dalle Istituzioni per semplificare e comunicare il proprio operato a tutti, in modo efficace e diretto, in poco tempo. La doppia faccia della tecnologia, gli sviluppi di un’inevitabile globalizzazione accelerano e moltiplicano, anche, l’uso distorto della stessa. La Rete esiste e va controllata, è la prece che ripetiamo ogni giorno, il nostro monito laico. Eppure i numeri delle violenze sono inquietanti. Dopo la scuola e i più giovani si possono sciorinare per ore e ore i casi di ragazze, suicide, dopo avere scoperto che il proprio fidanzato o partner occasionale aveva postato delle foto o filmati privati sui social senza alcun consenso. E l’Istat ce le ricorda periodicamente con i propri rapporti. E’ prevista, secondo la nuova normativa, la figura del docente anti bullismo in ogni Istituto. Tra i professori è individuato un referente per le iniziative contro il bullismo e il cyber bullismo. Al Preside, invece, spetta informare subito le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo e, se necessario, convocare tutti gli interessati per adottare misure di assistenza alla vittima e sanzioni e percorsi rieducativi per l'autore. Il Miur ha il compito di predisporre linee di orientamento di prevenzione e contrasto puntando, tra l'altro, sulla formazione del personale scolastico e la promozione di un ruolo attivo degli studenti, mentre ai singoli istituti è demandata l'educazione alla legalità e all'uso consapevole d’internet. Alle iniziative in ambito scolastico collaboreranno anche polizia postale e associazioni territoriali. Novità non indifferente: lo stalker informatico è punito con la reclusione da uno a sei anni e analoga pena varrà se il reato è commesso con scambio d’identità, divulgazione di dati sensibili, diffusione di registrazioni di fatti di violenza o minaccia. In caso di condanna scatta la confisca obbligatoria di cellulari, tablet o pc. Più che parlarne e denunciare non possiamo fare.

David Giacanelli
Consigliere AIDA.


La nostalgia dell’informazione tra borghi confinati

Fa impressione pensare che la carta stampata, già in difficoltà ai tempi d’oggi, per alcune aree geografiche sia diventata un lusso impensabile. Così è per piccoli borghi caratterizzati dagli ultimi terremoti. A Visso, per esempio, Arquata del Tronto, Santarcangelo e molti Comuni in Abruzzo, nelle Marche e nel Lazio. E gli anziani che si lamentano. Sono perlopiù i testimoni di borghi che non esistono più, la traccia di un tempo che è stato, ma che vorrebbero potere continuare, almeno, a leggere. Ritagliarsi una consuetudine cara, che li teneva e terrebbe legati alla realtà, ancorati all’informazione, quella finestra da schiudere sul mondo. L’illusione di esserci ancora, di saperne, di poter dire la propria. Non solo per superare la condizione di sopravvissuti, mitigarla, elaborarla diversamente riconnettendosi e confrontandosi con quanto accade negli spazi vicini e più lontani, ma per sentirsi parte del Paese. Con un peso specifico, elettorale, condizionante. È rimasta, solo, qualche copia cartacea nei bar centrali. I chioschi hanno progressivamente chiuso o si sono convertiti alla vendita di altra merce. Ci sarebbe la televisione, poiché computer e informazione digitale tra segnali deboli se non assenti e anacronismi e difficoltà d’incontro, di mondi troppo distanti, sono impenetrabili. Volutamente, con quella sana ostinazione e l’orgoglio di volersi leggere le notizie sulla carta, stropicciarla all’abbisogna, farne conversazione nei crocicchi quotidiani. Come poteva essere andare al cinema o al teatro. Non certo la luna, un capriccio distante ed elitario, soltanto leggersi il proprio giornale. Potere decidere d’informarsi ma, soprattutto, scegliere il mezzo con il quale farlo. Sono quelli cui è stata, magari, assegnata una casetta provvisoria, e che si lamentano della distribuzione e delle ferree pur comprensibili leggi del mercato. E devono essere contenti. Lo sono ma, cinicamente, il loro pensiero non può che andare all’isolamento che li tiene ancorati ai resti di una precedente esistenza. Un confinamento forzato. Un silenzio continuo e siderale, quasi una volontà oscura che ricorda loro come il Paese potrebbe essersi già dimenticato. Sono pochi, perché investire troppo nella loro comunicazione e opportunità d’essere informati? In meri termini numerici non rappresentano, neanche, importanti bacini elettorali. Non spostano baricentri, né determinano cambiamenti politici. I distributori e i service, d’altro canto, non guadagnano più nel portare poche copie di giornali attraversando chilometri di strade impervie. Il profitto è troppo poco, le vendite troppo esigue com’è la popolazione richiedente. E così quel che rimane di antichi borghi, centri storici attraversati da feroci sismi, un cielo lattiginoso e giallo, temperature invernali impervie, casette di legno acconciate a moderni villaggi, tanto silenzio inquietante e il deserto intorno è anche l’assenza d’informazione.

David Giacanelli
Consigliere A.I.D.A.


TERZA TAPPA BRACCIALETTI COLORATI "NO FEMMINE MA DONNE"

Questa mattina, con Antonluca e Francesco, sono stata in via di Torrevecchia 313 a volantinare in mezzo alla gente , per sensibilizzare l'opinione pubblica contro la violenza sulle donne. Sono state ore bellissime, abbiamo consegnato più di 300 volantini e divulgato la nostra associazione nata per il rispetto dei diritti civili . I cittadini si sono dimostrati molto interessati al tema che sostenevamo ed alcuni di loro ci hanno ringraziato per la nostra attività. Sono orgogliosa di essere il presidente di A.I.D.A. perché tramite l'associazione sono tornata tra gli uomini e le donne della nostra città , ciascuna delle persone incontrato mi sta arricchendo di esperienze e valori quotidiani che dalle stanze del potere vedevo in penombra.
Grazie a tutti .

Ileana Argentin


Il giro di boa

 

Ho sempre timore di chi, per volere cambiare una realtà critica e in crisi, si dibatte in un mulinare di slogan e invettive, rivoluzione, cambiamento e nuova era. Non per la dignità e preziosa contezza dei propositi, ma per paura che tutto resti fumoso. Sono chiari gli intenti e gli obiettivi, dove si vuole arrivare attraverso un’operazione di radicale cambiamento e opposizione all’esistenza che dispiace e mortifica , ma non si capisce con quali strumenti e modalità lo si raggiungerà. Di quali forze ci si servirà. Chi attuerà la selezione di una nuova classe dirigente, sulla base di quali prerequisiti e requisiti. Le volontà esistono, così i buoni propositi e l’esperienza. Così i gruppi di lavoro più o meno spontanei. Dunque? Temo che, davvero, la Politica non solo italiana sia arrivata ad un punto di stallo. Non si capiscono diversi passaggi interni alla vita dei partiti. È sempre stato così, ma oggi, giunti all’anno zero, se si vuole davvero dimostrare un cambiamento bisogna avere il coraggio di assumersi delle responsabilità, di scegliere gente rivendicando la propria scelta. Altrimenti si rimarrà sempre perplessi e amareggiati per modelli antichi e strutturati del passato, per le dubbie modalità di cooptazione delle persone, del loro coinvolgimento e responsabilità nella vita di partito. Non si vogliono reiterate e polverose logiche. “In base a quali criteri” – si chiede la gente. Ci sono gli eletti, e questo fino a prova contraria è un punto incontrovertibile. In democrazia chi riceve più voti è legittimato a rappresentare il proprio elettorato governando o facendo una buona opposizione. E tutti gli altri? Non riesco a capire in questo mare di correnti e contrapposizioni individuali, all’interno degli stessi partiti, chi con coraggio farà valere delle regole e si prenderà la responsabilità di scegliere, per tutti. Posti, ruoli, funzioni. Se non si delega e non si cominciano a formalizzare delle posizioni e incarichi tutto rimane rinchiuso in una bolla opaca, che sotto intende troppo e dà spazio ad argomentazioni antiche, le stesse che favoriscono il profluvio di movimenti anti sistema, anti tutto, facilmente condizionabili e etero diretti. Sotto meravigliosi intenti e slogan, poi tutto si concretizza e cristallizza secondo vecchi moti d’operare. Si vedono piattaforme, gruppi di lavoro e di ascolto, tutti intervengono per dire la propria o condividere, contribuire a diffondere la necessità di un cambiamento e di una politica nuova. Sarà interessante capire come legarli tutti, i copiosi contribuiti della società civile, come raccogliere le esperienze oltre la fiducia e il sostegno di chi sempre ha espresso una posizione personale, chiara e legittima, e lo farà a oltranza sostenendo un partito e una storia politica personali. Bisogna anche che la Politica riconosca l’importanza di questo afflato, di questo esserci stati sempre, incondizionato, la condotta propria dell’elettorato intelligente e silenzioso, cosciente e volenteroso. Perché anche l’incondizionato, con il passare degli anni e i numerosi problemi che tutti ci attraversano, arriverà a porre delle condizioni. E non è detto che resti lì, in quella posizione di certezza e comodo. Perché tutto non resti sempre liquido e magmatico e rischi di perdere ulteriore consenso, deve concretizzarsi in scelte operative, nomi e cognomi. È naturale e giusto e vedremo quanto accadrà a questo giro di boa.

 

David Giacanelli

Consigliere A.I.D.A.


Perchè con A.I.D.A. dell'Avv. Silvia Assennato

 

Sono avvocato, formalmente, da un’inezia meno di quindici anni, ma si può dire che lo sono sempre stata, peraltro di un tipo particolare e non solo perché sono disabile.
Per storia familiare e personale infatti, mi sono sempre interessata del diritto, ed in particolare dei diritti delle persone fino a farne una occupazione a tempo pieno, ed impegnandomi al massimo per la cura dei diritti dei singoli in uno con l’affermazione degli ideali di uguaglianza e giustizia sociale che, in chiave moderna, si definiscono pari opportunità.
Queste ultime sono una cosa seria, che non riguarda solo, anche se cosi sono nate, l’uguaglianza di genere o l’equilibrio nelle rappresentanze pubbliche ma rappresenta a mio modestissimo avviso la forma più avanzata di uguaglianza in quanto implica la valorizzazione delle differenze.
Il progetto di A.I.D.A. mi ha coinvolto da subito perché è qualcosa che parte proprio dalle pari opportunità, chiedendo alle persone un impegno diretto per cambiare le cose sul territorio e perché – in tanti anni – mi sono resa conto che quando ci si impegna personalmente – mettendoci la propria voce e la propria faccia le cose possono cambiare, per se stessi e per la società.
E’necessario continuare – in questo periodo storico in particolare – a fare cultura dell’inclusione con tutti i mezzi possibili ed è un compito che sento mio e nel quale posso mettere a disposizione le mie abilità, perché scontrarsi con la normalità del pregiudizio è qualcosa che se le prime volte fa male, alla lunga rafforza.
L’obiettivo che voglio condividere è quello di riuscire a mantenere uno standard di tutela elevato ed universale lavorando nel contempo per aumentare la consapevolezza e la capacità di resilienza delle persone con disabilità o in condizione di fragilità.

 

Avv. Silvia Assennato 


VOLANTINO INIZIATIVA "Braccialetti Colorati"

Cari cittadini/e

L’Associazione Italiana Diversi ed Alternativi A.I.D.A. Onlus, inizierà
dal XIV municipio, allo scopo di sensibilizzare e combattere il femminicidio e la violenza contro le donne.
Noi dell’associazione A.I.D.A. desideriamo abbattere le barriere culturali dell’indifferenza e dell’inciviltà.
Tanta, troppa gente si riempie la bocca di belle parole quando succedono gravi disgrazie dovute a violenti comportamenti maschili che andrebbero invece prevenuti con una corretta comunicazione da parte dei media e con una adeguata condivisione di valori etici.
Noi non siamo sognatori, sappiamo che per cambiare le cose
la strada è lunga ma abbiamo deciso di non restare a guardare,
per questo ci siamo uniti insieme a molte persone per provare a raggiungere il fine dell’educazione civica e del vivere comune.
L’iniziativa “braccialetti colorati” prevede la distribuzione di gadget con sopra scritto -NO FEMMINE MA DONNE- con questa frase siamo convinti che daremo la possibilità a tutti di comprendere che prima di essere oggetto di desiderio la donna è persona.
Basta, cari maschi, con l’idea che potete ricattare le donne con la presenza dei figli o con la falsa ed inutile gelosia e possessività.
Lasciate le donne libere di scegliere la loro vita è di conquistarsi
pari opportunità.

   Il presidente Aida
 Ileana Argentin

 

Sito Web: www.associazioneaida.it Facebook: associazioneaida2018
E-mail: associazioneaida2018@gmail.com


Perchè sostengo A.I.D.A.

 

A.I.D.A. Onlus nasce con l’obiettivo di lanciare un messaggio chiaro e preciso: “la diversità è un patrimonio e non un limite”. Molto spesso noi giovani veniamo etichettati come apatici ed indifferenti alle problematiche sociali, che richiedono un impegno civico ed etico quotidiano. Le ragioni sono molteplici: abbiamo pochi, solidi modelli di riferimento sociali, così come sempre meno sono i luoghi di confronto dove poter comunicare e condividere testimonianze e opinioni.
Per usare le parole del Presidente di A.I.D.A, Ileana Argentin, “la tecnologia sta limitando sempre di più la parola, ed i giovani stanno percependo di essere strumento di un sistema omologato in cui tutti sono uguali ma con diritti diversi”. Far parte di A.I.D.A. ci consente di rifiutare la “formattazione di idee” e di operare attivamente per aiutare i più deboli. Questo è il motivo per cui sosteniamo A.I.D.A nelle sue battaglie quotidiane.

 

Alessandro Falcomatà

Socio ordinario A.I.D.A Onlus


GOMME A TERRA

L'altro giorno mi hanno bucato, per dispetto, le gomme della macchina: tre su quattro, per la precisione; evidentemente perché con la quarta non hanno fatto in tempo.
Sapete perché ve lo racconto? Perché alla mia auto voglio bene, come la maggior parte degli automobilisti, quindi non vorrei mai vederla pregiudicata, rispetto alle altre, da un impedimento voluto dal caso, dal destino, o da chi volete voi, tanto fa lo stesso. La mia auto, in mezzo alle altre con le gomme regolarmente gonfie, più bassa del solito e impossibilitata a muoversi, a fare un passo direi, in quel momento mi è apparsa disabile, cioè pregiudicata nello svolgere la sua funzione, quella per cui la sua "natura" di automobile l'ha programmata.
Certo, nel mio caso il responsabile è un vigliacco figlio di buona donna, non ci piove; però chissà quanti individui nati con una disabilità, o i loro familiari più stretti, hanno definito in quel modo anche il destino, o il caso, che su di loro o su un loro congiunto è sembrato accanirsi senza ragione alcuna?

Sono stato subito assistito da un bravo meccanico e gommista, tra l'altro padre di una mia alunna, che ha provveduto subito ad alleviare i disagi apportati alla mia mobilità, per così dire. Nella sfortuna, posso dire di aver avuto fortuna. Quanti, realmente disabili, possono dire la stessa cosa, per quanto riguarda i modi e i tempi con i quali vengono prestate loro tutte le assistenze e cure delle quali necessitano? Per chi soffre nel sentirsi pregiudicato da un qualsivoglia impedimento, di quelli che non si scelgono, ci sarà sempre bisogno di bravi meccanici, o gommisti: celeri, professionali e magari, perché no? Anche sorridenti. Ricordiamocene, noi che abbiamo sempre le gomme gonfie.

Paolo Marcacci
Socio A.I.D.A.