L’argento vivo dei genitori

Certo la canzone di Daniele Silvestri, “Argento vivo”, portata all’ultimo Festival della Canzone italiana di San Remo, è proprio bella. Come sempre il cantautore ci mette del suo, abbina parole e concetti, scava nelle pieghe della nostra storia, del quotidiano, per non lesinare critiche sempre comunque poetiche. Lo fa utilizzando metriche e suggestioni sonore, che rimandano più a componimenti e narrazioni che indugiano molto su concetti e temi sociali: delle moderne poesie più strutturate nei testi che non nella musica. Silvestri affronta spesso argomenti scabrosi, difficili, lo fa con ruvidezza, con potenza ma tanta sensibilità che ormai gli conosciamo. Eppure imbattendomi in più di una persona questo testo, “Argento vivo”, ha lasciato un po’ perplessi. Molti i genitori che più che annegare nelle proprie parole, per citare la canzone di Silvestri, sono annegati in interrogativi dolorosi. Magari non sarà questa l’occasione giusta. E non è possibile, in un unico testo, peraltro già prolisso, sintetizzare tutti gli aspetti sociali di una tema così complesso come la disabilità. Un termine che nella canzone non appare mai, ma ad un’attenta lettura non può che trattarsi della storia difficile di un bambino nato con problematiche. Impedimenti tali da costringerlo all’assunzione di farmaci come terapia e a una vita da prigioniero. Quasi fosse un carcerato, che è l’equivoco dell’interpretazione di molti. Ed invece no. Il carcere nel testo è solo un’immagine, la rappresentazione icastica dello stato d’animo dell’adolescente. Un carcere cui l’avrebbero, intenzionalmente, costretto un padre e una madre. Due irresponsabili, a modo loro, affetti da un amore sbagliato, riversanti premure e ansie nocive e fatali. Si tratta di un adolescente, ormai sedicenne, che dall’età di sei anni ha l’argento vivo in corpo. Ipercinetico e bulimico di azione e pensiero. Con una mente in movimento, tanto, troppo, tarantolato, veloce al punto di non stare dietro alle sue parole e fatti. Asincrono rispetto alla vita e ai propri coetanei. Per questo è chiuso in una residenza dove possono seguirlo e curarlo. Torna a casa la sera, sedato, con una madre che lo sommerge di parole e un padre che lo ammonisce. Sopraffatti dalla preoccupazione i genitori, più in generale la famiglia, sono descritti come complici di quella prigionia e vita indesiderata. Ricordo sempre, dopo avere scritto diversi anni fa un saggio nel quale intervistavo genitori, madri e padri di figli disabili, quanto dolore trapelasse da quelle interviste. Quanta sofferenza unita ad amore, quanta abnegazione, quanto desiderio di sacrificarsi per l’amore più caro, quanta responsabilità. Temi delicati ma già allora, almeno dieci anni fa, mi resi conto quanto fosse facile scadere in generalizzazioni, renderlo terreno di becero scontro manicheo. Sempre più facile schierarsi dalla parte di chi soffre, della persona offesa sua malgrado. E anche giusto, forse, come reazione naturale. Però mai dimenticare chi questi figli, nonostante tutto, li ha concepiti e messi al mondo sacrificando l’intera esistenza. Questi sono i genitori aguzzini e scellerati che, per amore del figlio con l’argento vivo, rinunciano al proprio di argento. Come biasimarli?! Non critico e non criticavo, allora, quando scrissi il saggio “Sì, cambia!” per Libertà Edizioni, alcuna scelta. Ancora oggi non è possibile immaginare di farlo. Dispiace, pertanto, che Silvestri pur avendo creato una canzone potente e bella abbia deciso di fotografare solo la sua metà campo. Quella del bimbo problematico. E’ stata persa un’occasione per un’immagine più organica e completa del tema. Magari, chissà, in un’altra canzone o in uno spazio specifico nel quale spiegarsi ulteriormente, potrà dare voce anche ai genitori di quel bambino. E, se non loro, ad altri genitori.

Consigliere A.I.D.A.

David Giacanelli